E rimasi abbandonato lì, a calcolare, con tristezza, che dovevano passare ben otto ore prima che potessi sperare di assaporare il profumo del mare. Era stata una così bella giornata; non potevo che mettermi comodo e dormire sereno. Il risveglio fu uno dei più dolci, mi sentivo al pieno delle forze, avevo dentro di me la carica di 1.000 uomini, non vedevo l’ora di unirmi alla mia SQUADRA. Il solito rito (vestirsi, riguardare l’attrezzatura, rifornirsi di acqua calda…) accompagnò la prima ora, fino a quando giunsi in un paesino vicino, Torre Annunziata. Le strade erano deserte e l’aria era carica di elettricità, sembrava stesse per venir giù una leggera pioggia di marzo; tutti gli amici erano pronti a partire e, tra sinceri e affettuosi saluti, partimmo per il punto di ritrovo, “l’Alfaterna Ovest”. Metà squadra però non era lì, si erano già avviati; non restava, allora, di affrettarsi a fare colazione per raggiungerli. Tutto volgeva per il verso giusto, fin quando, mentre eravamo intenti a raggiungere l’uscita della stanza del bar, una voce rimbombò come un tremendo tuono nelle nostre menti: ”Buona Pesca” disse la ghignante padrona. A ogni modo, una buona risata è una gran bella cosa, è piuttosto rara. Si capiva a prima vista da quanta amarezza erano dipinti i volti di tutti i miei compagni, ma nessuno di loro pensò minimamente ad una vigliacca ritirata, e così dopo i giusti riti scaramantici, ripartimmo per la lontana e tanta attesa AGOPOLI. Il caro Raffaele ebbe ragione ad insistere perchè andassimo comunque, nonostante il tremendo tempo che ci accompagnò per metà viaggio; ma proprio quando le speranze giunsero agli sgoccioli si constatò che il cielo ed il mare ad Agropoli erano a nostro vantaggio, almeno per l’inizio. Il via del capogruppo fu capace di darmi una forza inaudita e così mi avviai velocemente verso il lato destro del campo gara. A primo impatto con l’acqua, fui impressionato da una nuvola di sabbia, esclamai più volte di non vedere niente, decisi quindi di allontanarmi uscendo fuori dalla riva. La scelta si rivelò giusta, perchè la visibilità aumentava man mano che mi allontanavo. Aguzzai la vista come non mai, dato che per quasi un ora non ebbi la fortuna di incontrare niente. Avendo a prua il mare aperto, optai quindi per una virata a dritta di 90 gradi. Ma più mi avvicinavo al porto e più la corrente mi trascinava verso mare aperto. Ad un tratto, come un luccicante faro, vidi da lontano una sagoma(ora sapete come sono i pescatori? cercano sempre di farvi credere che loro sono stati capaci di vedere la bestia più grande e potente, chiamatela pure Moby Dick) capii che dovevo fare un aspetto e così feci. Tra le mani avevo il mio arbalete 70 della Mares, si avvicinò era un Orata; la cosa che saltò subito agli occhi era la frenesia che la caratterizzava, infatti ebbi solo il tempo di assaporare la grandezza, 1,5-2 kg, che scappò senza lasciar nemmeno l’ombra di una misera traccia. Intanto il mare si faceva sentire, e oramai il mio corpo era in balia del vento e delle onde, impaurito e spaventato da una strana corrente, pensai alla scelta più semplice, ritornare a riva. Tanto semplice non fu, perchè i sette o otto metri prima del bagnasciuga erano campo gara di continui infrangersi d’onde, pareva quasi si sfidassero a chi riusciva a toccare il punto più alto. Così giocai d’astuzia e appena ne passò una, la più grande che vidi, mi ci buttai sulla cresta velocizzai così il ritorno a riva. Sano e salvo pensai ai miei compagni che erano ancora in acqua, ebbi paura(devo essere sincero) ma fui tranquillizzato dal mio caro amico Massimo, che di esperienza ne ha da vendere. La gara si terminò nel migliore dei modi, fummo battezzati tutti dalla pioggia. Che giornata, pensai, che dolce poter assaporare a mente tutte le belle esperienze fatte con la nostra SQUADRA, tutte firmate POSEIDON.